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Migranti, Ue e trattato di Dublino. Domande e risposte sull’immigrazione

Foto AP-LaPresse - Tutti i diritti riservati

Una volta Dublino era sinonimo di prati verdi, buona birra, golf e poche tasse. Adesso se ne parla tutti i giorni a proposito del vituperato accordo sulle domande di protezione internazionale. Un accordo, anzi, la parola giusta è “convenzione”, da tutti criticato perché regola (male) la circolazione dei migranti all’interno dei Paesi dell’Unione Europea.

Perché dobbiamo proteggere i “richiedenti asilo” e cosa dice questa Convenzione di Dublino?

Perché lo dice la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo adottata dalle Nazioni Unite con voto unanime il 10 dicembre del 1948 che, all’art. 14 recita: “Ogni individuo ha il diritto di cercare e di godere in altri paesi asilo dalle persecuzioni” E poi, aggiunge: “Questo diritto non potrà essere invocato qualora l’individuo sia realmente ricercato per reati non politici o per azioni contrarie ai fini e ai principi delle Nazioni Unite”. Quindi dobbiamo accoglierli e verificare prima che abbiano effettivamente diritto (cioè che siano davvero perseguitati e vengano da situazioni a rischio) e che non abbiano commesso reati.

E Dublino?

A Dublino tutto cominciò con la convenzione del 1990 (l’Europa era solo a 12 paesi, adesso ce ne sono 28) che stabiliva i criteri per la concessione dell’asilo a chi ne aveva diritto. La convenzione venne firmata nella capitale irlandese il 15 giugno 1990. Da lì a poco sarebbe cominciato il primo grande flusso (adesso ce ne siamo quasi dimenticati) di rumeni, albanesi, ucraini ecc. che venivano dallo sbriciolamento della galassia sovietica e la questione della circolazione delle persone e del diritto d’asilo diventava sempre più concreta. Quello approvato con la Convenzione era un regolamento che stabiliva “… criteri e meccanismi per l’esame e l’eventuale approvazione di una domanda di protezione internazionale presentata da un cittadino di un Paese terzo”.

Roba di trent’anni fa… Poi cosa è successo?

Poi sono venuti il Dublino II approvato nel 2003 e il Dublino III firmato nel 2013 e attualmente in vigore. Il punto centrale è l’articolo 13 che stabilisce chi è responsabile di esaminare la domanda del richiedente asilo e, una volta accertato il diritto, di dargli protezione. Dice l’articolo 13:  “…Quando è accertato …. Che il richiedente ha varcato illegalmente , per via terrestre, marittima o aerea, proveniente da un Paese terzo, la frontiera di uno Stato membro, lo Stato membro in questione è competente per l’esame della domanda di protezione internazionale…”. In parole povere: se un profugo sbarca in Italia o in Spagna o in Grecia, il compito di accertarne il diritto e di dargli asilo toccherà a Italia, Spagna o Grecia a seconda di dove è sbarcato…

Quindi, tutti quelli che arrivano in Italia, li dobbiamo tenere qui?

In pratica, sì. Ma all’inizio i richiedenti asilo non erano molti e il problema non si poneva. Le grandi crisi degli ultimi anni in Africa, in Siria e in Afghanistan hanno provocato flussi sempre più considerevoli di persone in fuga dalla guerra e dalla persecuzione che si sono via via affacciati ai confini dell’Italia, ma anche della Grecia e dell’Ungheria con risposte diverse anche a seconda del tipo di governo di questi Paesi. Di fatto, il meccanismo è semplice: si vuole impedire che il profugo chieda asilo in diversi Paesi europei e, per questo, è stata istituita una banca dati centrale con le impronte digitali di chi presenta la domanda. In questo modo si riesce a determinare il Paese d’ingresso nella Ue, ma si commettono due ingiustizie: una nei confronti di Paesi di confine, come l’Italia, che si devono accollare numeri importanti di profughi; l’altra nei confronti del richiedente asilo che, magari, è sbarcato sulle coste italiane ma preferirebbe raggiungere i suoi parenti o i suoi amici in Svezia o in Francia.

E gli altri Paesi europei, cosa fanno?

Nella migliore delle ipotesi, danno una mano economica, cioè decidono che la Ue attribuisca finanziamenti anche rilevanti ai Paesi di confine ai quali, però, resta la gestione del problema con tutti le relative questioni sociali che ne derivano. Per questo il governo italiano, come quello greco, hanno più volte protestato e posto la necessità di cambiare di nuovo la convenzione di Dublino.

E cosa hanno ottenuto?

Lo scorso 27 novembre, la Commissione Libertà civili del Parlamento Europeo (durante la presidenza bulgara) ha approvato a larga maggioranza una proposta per cambiare radicalmente il trattato di Dublino. In sostanza, salterebbe definitivamente il criterio del “primo accesso”. Il Paese di ingresso non sarebbe più il Paese destinato a ospitare il richiedente asilo. Il nuovo criterio sarebbe quello del “legame reale”: il richiedente asilo verrebbe indirizzato verso un Paese di sua preferenza, ma questa “preferenza” sarebbe determinata in modo oggettivo: dove risiede un familiare, dove ha degli amici pronti a ospitarlo, dove ha studiato, o dove ha già vissuto. Nel caso non emerga un criterio di questo tipo, il richiedente asilo verrebbe attribuito a un Paese a sua scelta tra i quattro che in quel momento hanno il minor numero di rifugiati sul loro territorio. Al Paese di primo ingresso resterebbe solo il compito di istruire la pratica che, però, verrebbe velocizzata al massimo grazie all’informatica e alla messa in comune di grandi quantità di materiali e informazioni. In questa fase andrebbe anche chiarito se il richiedente ha diritto all’asilo. In caso contrario, verrebbe subito reimpatriato (operazione tutt’altro che semplice). Vengono anche introdotte le quote per fare in modo che, alla fine, tutti gli stati europei ricevano un numero proporzionalmente equo di rifugiati. Oggi la sproporzione è assoluta. Per il triennio 2015-2018 (vigente il Dublino III) l’obiettivo era di “ricollocare” circa 98mila persone dal Paese di sbarco (di solito, Italia o Grecia) agli altri partner europei. Di questi solo 30.834 sono stati ricollocati: 10.272 in Germania che avrebbe dovuto ospitarne 27.536; la Francia ne ha accolti 4.944 (su una quota prevista di 19.714), la Spagna 1.358 (su 9.323).

Sembra una cosa ragionevole…

Sì, ma la bozza è stata più volte rimaneggiata e l’ultima, presentata dalla presidenza bulgara, ha incontrato molte critiche di segno diverso. I Paesi di Visegràd (Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia) non vogliono le quote perché, in generale, non vogliono i migranti. A questi Paesi, tradizionalmente contrari all’accoglienza, si sono aggiunti: Spagna (che, però, poi ha cambiato governo e, come si sa, ha cambiato posizione sul tema), Germania, Austria, Estonia, Lettonia, Lituania.

E l’Italia?

La riunione si è svolta il 5 giugno e Salvini non c’era perché impegnato nel dibattito sulla fiducia al Senato. La posizione dell’Italia (da sempre favorevole alle quote) è cambiata e i nostri alti funzionari che rappresentavano il governo italiano, si sono schierati col gruppo di Visegràd. La decisione definitiva è demandata al vertice europeo del 27-28 giugno e, adesso, tutto rischia di saltare.

Cosa c’entra la vicenda dell’Aquarius in questa storia?

E’ chiaro che Salvini vuol mettere pressione sugli altri stati europei e ha usato i 600 naufraghi dell’Aquarius per stabilire un principio: “I rifugiati non toccano solo all’Italia”. Del resto, nel contratto M5S-Lega (al punto 13 – Immigrazione), c’è scritto: “E’ necessario il superamento del regolamento di Dublino. Il rispetto del principio di equa ripartizione delle responsabilità sancito dal Trattato sul funzionamento della Ue deve essere garantito attraverso il ricollocamento obbligatorio e automatico dei richiedenti asilo tra gli stati membri dell’Ue, in base a parametri oggettivi e quantificabili e con il reindirizzo delle domande di asilo verso altri Paesi…”. Quello che non si capisce è, però, il fatto che l’Italia si schieri con i Paesi di Visegràd che non hanno mai voluto le quote.

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